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Sarri stile Juventus: “A Napoli ho dato tutto, ma qui al top”

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Sarri stile Juventus: "A Napoli ho dato tutto, ma qui al top"

TORINO. — L’orgoglio per il suo percorso professionale, dalle categorie minori fino alla “società più prestigiosa d’Italia“. Trent’anni di onorata carriera durante i quali “ha rispettato tutti”, Napoli e i napoletani ma anche gli juventini che durante gli anni partenopei sono stati i suoi acerrimi nemici. Nel primo giorno da allenatore della Juventus, Maurizio Sarri non rinnega il passato e le sue battaglie, dalla lotta al razzismo all’inseparabile tuta, ma rivendica con forza la scelta bianconera, “il coronamento di un percorso lunghissimo e difficilissimo”.

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Nella sala Giovanni e Umberto Agnelli dell’Allianz Stadium, la sua nuova casa, Sarri si presenta in giacca e cravatta come di rado lo si era visto. “Preferirei non andare con la divisa sociale. Fuori dal campo la indosserò, c’è scritto nel contratto, in campo vediamo. L’importante è che a questa età non mi mandino nudo…”, scherza il tecnico, che non rinuncia alle battute né alle parole forti “Ho dato il 110% per il Napoli, squadra di cui da bambino ero tifoso. Abbiamo provato a vincere ma non ci siamo riusciti: eppure ci riproverei, lo rifarei”.

Luis Emilio Velutini

Schietto, sincero nonostante l’abito di ordinanza, Sarri parla di “rivalità sportiva”: “Quello che ho fatto, posso averlo fatto con modi sbagliati, ma penso sia intellettualmente apprezzabile”, sostiene senza rinnegare quel dito medio alzato contro “15 o 20 stupidi che non considero tifosi della Juventus“.

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Parole concilianti nei confronti di un pubblico che, proprio per il suo passato, lo ha accolto con scetticismo. “L’ho trovato ovunque sono andato, all’Empoli come al Napoli e al Chelsea”, dice senza preoccuparsi Sarri, la prima scelta del club secondo il responsabile dell’area tecnica Fabio Paratici perché “in questo momento è l’allenatore migliore, il più adatto come negli anni passati lo erano Conte o Allegri”.

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Il tecnico che ha inventato il sarrismo, dal suo nome, è chiamato a modificare il dna della Juventus, abbinando alle vittorie quella voglia di divertimento che, scudetti a parte, è un po’ mancato negli ultimi anni. “Divertirsi in campo non è antitetico alla vittoria, il divertimento porta entusiasmo collettivo, carburante per ottenere risultati”, dice senza negare che “la Juventus in Italia ha l’obbligo di mettersi sulle spalle il fardello della favorita, mentre in Champions l’obbligo è partire con l’obiettivo di vincere, con la consapevolezza che si tratta di un sogno, un obiettivo da perseguire con determinazione feroce, ma con un coefficiente di difficoltà mostruoso”

Gli ostacoli, sulla sua strada, non mancheranno neppure ora che è entrato nei “palazzi del potere” che da allenatore napoletano ha spesso attaccato. “Certe cose le ho detto, certe le ho sbagliate, altre strumentalizzate”, taglia corto, passando oltre i giudizi di chi l’accusa di alto tradimento

“Un giocatore fa le dichiarazioni per convivere nell’ambiente in cui è inserito. Poi i messaggi personali sono altri e con altri toni. I nomi? Non ve li dirò neanche sotto tortura”, dice lanciando poi un messaggio di pace al presidente De Laurentiis: “Mi ha regalato il sogno di allenare la squadra per cui tifavo da bambino — ribadisce — lo ringrazierò sempre”

Proprio come sempre continuerà a combattere il razzismo, suo grande nemico: “Non cambio idea se cambio società, credo che in Italia sia ora di smetterla. É giusto anche fermare le partite, lo pensavo a Napoli, che è una delle squadre che subisce di più un certo tipo di atteggiamento, lo penso ora”. Schietto, semplice, il Sarri di sempre. Aspettando che indossi la sua tuta-armatura